Maggio 26, 2012
Chi vuol essere lieto ci sia.

Chi vuol essere lieto ci sia.

Maggio 26, 2012
"Il vangelo dice che Cristo aveva una borsa!”
“Taci tu con questa borsa che dipingete persino sui crocefissi! Cosa dici allora del fatto che Nostro Signore quando era a Gerusalemme tornava ogni sera a Betania?”
“E se Nostro Signore voleva andare a dormire a Betania, chi sei tu per sindacare la sua decisione?”
“No, vecchio caprone, Nostro Signore tornava a Betania perché non aveva danaro per pagarsi un ostello a Gerusalemme!”
“Bonagrazia, il caprone sei tu! E cosa mangiava Nostro Signore a Gerusalemme?”
“E tu diresti che il cavallo che riceve biada dal padrone per sopravvivere ha la proprietà della biada?”
“Vedi che paragoni Cristo a un cavallo…”
“No, sei tu che paragoni Cristo a un prelato simoniaco della tua corte, ricettacolo di sterco!”
“Sì? E quante volte la santa sede ha dovuto accollarsi dei processi per difendere i vostri beni?”
“I beni della chiesa, non i nostri! Noi li avevamo in uso!”
“In uso per mangiarveli, per farvi le belle chiese con le statue d’oro, ipocriti, vascelli d’iniquità, sepolcri imbiancati, sentine di vizio! Lo sapete bene che è la carità, e non la povertà, il principio della vita perfetta!”
“Questo lo ha detto quel ghiottone del vostro Tommaso!”
“Bada a te, empio! Colui che chiami ghiottone è un santo di santa romana chiesa!”
“Santo dei miei sandali, canonizzato da Giovanni per far dispetto ai francescani! Il vostro papa non può far santi, perché è un eretico! Anzi, è un eresiarca!”
“Questa bella proposizione la conosciamo già! E’ la dichiarazione del fantoccio di Baviera a Sachsenhausen, preparata dal vostro Ubertino!”
“Bada come parli, maiale, figlio della prostituta di Babilonia e di altre sgualdrine ancora! Tu sai che quell’anno Ubertino non era dall’imperatore ma stava proprio ad Avignone, al servizio del cardinal Orsini, e il papa lo stava inviando messaggero in Aragona!”
“Lo so, lo so che faceva voto di povertà alla mensa del cardinale, come lo fa ora nell’abbazia più ricca della penisola! Ubertino, se non c’eri tu, chi ha suggerito a Ludovico l’uso dei tuoi scritti?”
“E’ colpa mia se Ludovico legge i miei scritti? Certo non può leggere i tuoi che sei un illetterato!”
“Io un illetterato? Era letterato il vostro Francesco, che parlava con le oche?”
“Hai bestemmiato!”
“Sei tu che bestemmi, fraticello da barilotto!”
“Io non ho mai fatto il barilotto, e tu lo sai!!!”
“Sì che lo facevi coi tuoi fraticelli, quando ti infilavi nel letto di Chiara da Montefalco!”
“Che Dio ti fulmini! Io ero inquisitore a quel tempo, e Chiara era già spirata in odore di santità!”
“Chiara spirava odor di santità, ma tu aspiravi un altro odore quando cantavi il mattutino alle monache!”
“Continua, continua, l’ira di Dio ti raggiungerà come raggiungerà il tuo padrone, che ha dato ricetto a due eretici come quell’ostrogoto di Eckhart e quel negromante inglese che chiamate Branucerton!”
“Venerabili fratelli, venerabili fratelli!” gridavano il cardinale Bertrando e l’Abate."

— Umberto Eco, Il nome della rosa

Maggio 26, 2012
(fonte: Franco Senia)

(fonte: Franco Senia)

Maggio 11, 2012
"(…) Va bene, pensa allora il lettore, comunque visto che siamo nella Bibbia, e che qui parla Dio direttamente, forse finalmente avremo una risposta alla Unica Domanda Che Valga Veramente La Pena: perché l’uomo giusto soffre? Col cavolo. Dio non perde mica tempo a rispondere. È passato soltanto a ribadire la sua incommensurabile superiorità: cos’è che chiedi, Giobbe, cosa pretendi di voler capire? Vuoi interrogarmi, sei forse il mio maestro? Vai, cingiti i fianchi, fammi le domande, dai. Tu senz’altro conosci le misure della terra, sai come si fanno girare le stelle durante la notte, e dov’è il deposito estivo della neve… Giobbe capisce che l’ha fatta grossa e chiede scusa, ma ormai Dio è un fiume in piena: Giobbe, ma tu hai un’idea di quante cose ci sono in cielo e in terra, tutte fatte da me? Sei tu che cacci la preda per la leonessa, che sazi i leoncini? Hai mai visto, che so, il coccodrillo? Hai mai visto l’ippopotamo? All’inizio per la verità si traduceva col misterioso termine “Behemoth”, ma nelle versioni più recenti Behemoth è sempre più chiamato semplicemente “ippopotamo”. Ecco, questo è il punto in cui secondo me poteva anche finire il libro di Giobbe. Ogni volta che ci chiediamo perché esiste il male, perché Dio lo consente, sapete come vi risponde Dio nella Bibbia? Con un’altra domanda: hai mai visto l’ippopotamo?
Giobbe viveva nel Negev, è ovvio che non ne ha mai visto uno. E allora cosa vuole, cosa pretende? Uno che non ha mai visto un ippopotamo, né un tranvai o un’equazione di Maxwell, pensa di poter interrogare Dio sul segreto della Creazione? L’universo è complesso ed evidentemente non gira intorno all’uomo: perché poi chi l’ha detto che l’universo sia fatto su misura per l’uomo, che l’uomo sia il figlio prediletto di Dio? Ah, la Genesi? Il Dio di Giobbe sembra vederla in un modo diverso. Invita a considerare gli ippopotami. Sono effettivamente bestie meravigliose. Quando sono sott’acqua sono morbide e aggraziate: quando ne escono sono terribili, leoni ed elefanti si guardano bene dal disturbarli. I cuccioli sono adorabili, gli anziani sono maestosi; vivono nella Rift Valley più o meno da quando nella stessa zona una sottospecie di scimmie è scesa dagli alberi, e se non si sono molto evoluti nel frattempo, forse è perché erano già perfetti così. E anche Dio, perché dovrebbe creare a sua immagine e somiglianza questi scimpanzè mal addestrati? Se uno ci pensa, la terra sembra più fatta per gli ippopotami che per gli uomini. Magari è l’ippopotamo che Dio ha creato a sua immagine e sua somiglianza, forse insomma Dio somiglia un po’ più all’ippopotamo che all’uomo, e per farti un’idea di Dio un documentario sugli ippopotami in Kenya è più utile di tutta quanta la Bibbia. Forse Dio ha creato la terra per gli ippopotami, affinché l’ippopotamo ne godesse ogni giorno della sua santa vita. E l’uomo?
Magari è solo un effetto collaterale. Una sottospecie di scimpanzé con una straordinaria manualità. Dio potrebbe averlo creato affinché producesse splendidi documentari sugli ippopotami: ma bisognava prima inventare il cinema, fare la rivoluzione industriale, le manifatture, l’artigianato, la fusione del ferro e prima del bronzo, e l’agricoltura: nella mezzaluna fertile servivano buoni agricoltori come Giobbe, disposti a sopportare i rovesci della fortuna, affinché millenni dopo Dio potesse guardarsi un documentario sugli ippopotami ben montato e illuminato. Però questa cosa a un contadino come Giobbe non gliela puoi spiegare, è un possidente dell’età del bronzo, i suoi bisnonni avevano ancora parenti sugli alberi. Come spiegare a una formica perché stiamo dando il veleno sul battiscopa del terrazzo, senti, niente di personale, ma tu sei meno di nulla per me, non vali neanche la pena di schiacciarti con un dito. Giobbe questa cosa la capisce, e china la testa. Anche se sul significato del suo ultimo versetto (42,6) non c’è consenso tra i critici: forse si cosparge di polvere in segno di umiltà, sta chiedendo scusa, forse sta rinnegando YHVH. Ognuno traduce a modo suo. (…)"

Leonardo Tondelli, sul Post

Maggio 10, 2012
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Si viveva in pubblico; si mangiava su tavole apparecchiate fuori dell’uscio; le donne, sedute sulle gradinate delle chiese, facevano filacce cantando la “Marsigliese”; il parco Monceau e il Lussemburgo erano piazze d’armi; a ogni crocevia c’erano armaioli che lavoravano a tutto andare, fabbricando fucili sotto gli occhi dei passanti, che battevano le mani; sulle bocche di tutti, non si udivano che queste parole: “Pazienza. Siamo in tempo di rivoluzione!”. Tutti sorridevano eroicamente. Tutti andavano a teatro come ad Atene durante la guerra del Peloponneso; sulle cantonate si leggevano manifesti di questo tenore: “L’assedio di Thionville” - “La madre di famiglia salvata dalle fiamme” - “Il circolo degli Spensierati” - “Giovanna, la maggiore delle papesse” - “I filosofi soldati” - “L’arte di amare al paese”. I tedeschi erano alle porte; correva voce che il re di Prussia avesse fatto prenotare alcuni palchi al teatro dell’Opera. Tutto era spaventevole e nessuno era spaventato. La tenebrosa legge dei sospetti, delitto di Merlin di Douai, rendeva visibile la ghigliottina al di sopra di ogni testa. Un procuratore, chiamato Séran, denunciato, aspettava che andassero ad arrestarlo, in veste da camera e in pantofole, suonando il flauto alla finestra. Nessuno pareva aver tempo. Tutti si affrettavano. Non un cappello che non avesse una coccarda. Le donne dicevano: “Siamo belle sotto il berretto rosso”.

Parigi sembrava tutta un sol trasloco. I negozi dei rigattieri erano ingombri di corone, di mitrie, di scettri di legno dorato e di gigli, spoglie delle case reali. Era la demolizione della monarchia in marcia. Si vedevano presso gli straccivendoli cappe e rocchetti in vendita a “qualunque prezzo”. Ai Porcherons e da Ramponneau, uomini imbaccuccati in cotte e stole, in groppa a somari bardati con pianete, si facevano mescere il vino dell’osteria nei cibori delle cattedrali.

In via Saint-Jacques, selciatori a piedi nudi fermavano la carretta d’un facchino che vendeva scarpe, si quotavano un tanto a testa e acquistavano quindici paia di scarpe, che mandavano alla Convenzione per i nostri soldati. I busti di Franklin, di Rousseau, di Bruto e, bisogna aggiungere, di Marat, abbondavano; al di sotto d’uno di quei busti del Marat in via Cloche-Perce, era appesa sotto vetro, in una cornice di legno nero, una requisitoria contro Molouet con fatti a riprova e, in margine, queste due righe: “Questi particolari mi sono stati forniti dall’amante di Silvano Bailly, buon patriota, che mi usa qualche bontà. - Firmato: Marat”. Sulla piazza del Palazzo Reale, l’iscrizione della fontana: “quantos effundit in usus!” [A quanto grandi utilità s’effonde!] era nascosta da due grandi tele a tempera, rappresentanti, l’una Cahier de Gerville in atto di denunciare all’Assemblea nazionale il segno di riconoscimento dei “chiffonnistes” di Arles, l’altra Luigi Sedicesimo ricondotto da Varennes nella sua reale carrozza, e sotto questa carrozza una tavola legata con delle corde, che reggeva alle due estremità due granatieri con la baionetta inastata.

Dei grandi negozi, pochi erano aperti: mercerie e chincaglierie ambulanti circolavano su carrelli trascinati da donne, illuminati da candele che sgocciolavano il sego sulle mercanzie; botteghe all’aria aperta erano esercite da ex monache in bionda parrucca; una rammendatrice, che aggiustava calze in uno sgabuzzino, era una contessa; una sarta era una marchesa; la signora di Boufflers abitava una soffitta di dove scorgeva il suo palazzo. Dovunque correvano strilloni, che offrivano “fogli-notizie”. Coloro che nascondevano il mento nella cravatta si chiamavano “scrofolosi”. Pullulavano i cantatori ambulanti. La folla fischiava il Pitou, scrittore di canzoni monarchiche, che del resto era un coraggioso, giacché fu arrestato ventidue volte, e fu tradotto davanti al tribunale rivoluzionario per essersi battuto il fondo delle reni pronunciando il vocabolo “civismo”. Vedendo la propria testa in pericolo, esclamò: “Ma il colpevole non è la mia testa, è proprio l’opposto!”, il che fece ridere i giudici e lo salvò. Quel Pitou scherniva la moda dei nomi greci e latini; la sua canzone favorita si riferiva a un ciabattino, da lui chiamato Cujus, e del quale chiamava Cujusdam la moglie.

Dovunque si ballava la carmagnola; però, non si diceva “il cavaliere e la dama”, si diceva “il cittadino e la cittadina”. Si ballava nei chiostri in rovina, con lampioni sull’altare, con quattro candele rette da due bastoni in croce appesi alla volta, e con le tombe sotto i piedi di chi ballava. La gente indossava marsine azzurre, da tiranno. C’erano spille da camicia “berretto della libertà”, fatte di pietruzze bianche, turchine e rosse. Via Richelieu si chiamava via della Legge; il Faubourg Saint-Antoine si chiamava Faubourg della Gloria; sulla piazza della Bastiglia sorgeva una statua della Natura.

Noti passanti venivano mostrati a dito da tutti: lo Chatelet, il Didier, il Nicolas e il Guarnier-Delaunay, che vegliavano alla porta del falegname Duplay, Voullant che non mancava un giorno di assistere al lavoro della ghigliottina e seguiva le carrettate di condannati, chiamando quell’usanza “andare alla messa rossa”, Montflabert, giurato rivoluzionario e marchese, che si faceva chiamare “Dieci Agosto”. Si guardavano sfilare gli allievi della Scuola militare, qualificati dai decreti della Convenzione “aspiranti alla scuola di Marte”, e dal popolo “paggi di Robespierre”. Si leggevano i proclami del Fréron, denunciante i sospetti del delitto di “botteghismo”. I “moscardini”, assembrati alle porte dei municipi, sbeffeggiavano i matrimoni civili; si ammassavano al passaggio della sposa e dello sposo e dicevano: “Sposi “municipaliter”“. Agli Invalidi, le statue dei santi e dei re avevano in testa berretti frigi. Si giocava a carte sui pilastrini dei crocicchi; i mazzi di carte erano anch’essi in piena rivoluzione: i re erano sostituiti dai geni, le donne dalle libertà, i fanti dalle uguaglianze e gli assi dalle leggi. Si vangavano i pubblici giardini; alle Tuileries lavorava l’aratro. A tutto questo era confuso, specialmente nei partiti sopraffatti, una certa qual altezzosa sazietà di vivere. Un uomo scriveva a Fouquier-Tinville: “Abbiate la bontà di liberarmi dalla vita. Eccovi il mio indirizzo”. Champcenetz veniva arrestato per aver esclamato in pieno Palazzo Reale: “A quando la rivoluzione in Turchia?

Vorrei vedere la repubblica alla Porta!”. Giornali dovunque. Garzoni parrucchieri arricciavano in pubblico parrucche da donna, mentre il padrone leggeva ad alta voce il “Monitore”; altri commentavano in mezzo a capannelli di gente, con gran dovizia di gesti, il giornale “Intendiamoci”, di Dubois-Crancé, o la “Trombetta del padre Bellerose”. Si dava il caso che i barbieri fossero al tempo stesso salumieri, e allora si vedevano prosciutti e salsicciotti pendere a fianco d’un manichino dai capelli d’oro. C’erano negozianti che vendevano sulla pubblica via “vini di emigrati”; uno offriva vini di cinquantadue tipi diversi; altri barattavano pendole foggiate a mo’ di lira e sofà del tipo “alla duchessa”; un parrucchiere ostentava questa insegna: “Io rado il clero, pettino la nobiltà, accomodo il terzo stato”. La gente andava a farsi fare il gioco delle carte da Martin, al numero 173 di via d’Angiò, già Delfina. Mancava il pane; mancava il carbone; mancava il sapone; si vedevano passare mandrie di vacche da latte provenienti dalle province. Alla Vallée, si vendeva l’agnello a quindici franchi la libbra. Un manifesto della Comune assegnava a ogni bocca una libbra di carne per decade. Alla porta dei negozi si faceva la coda, ed è rimasta leggendaria quella che andava dalla bottega d’un droghiere di via Petit-Carreau fino a metà della via Montorgueil. Fare la coda si diceva “tenere la corda”, per via d’una lunga fune che prendevano in mano, uno dopo l’altro, quelli che si mettevano in fila.

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— Victor Hugo, Novantatré

Maggio 1, 2012
"Posto che in ogni tempo si sia venerato l’utile quale divinità suprema, donde mai è venuta la poesia? - questa ritmica del discorso che non è tanto vantaggiosa, quanto invece controproducente per la chiarezza della comunicazione e, nondimeno, quasi irridendo ad ogni utile funzionalità, è sgorgata ovunque sulla terra e sgorga ancor oggi! L’irrazionalità barbaramente bella della poesia è una confutazione per voi, per voi utilitaristi! Proprio il volersi sbarazzare una buona volta dell’utile ha elevato l’uomo, lo ha ispirato alla moralità e all’arte!"

— Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza (1882)

Aprile 28, 2012
"Vi sono casi in cui accettare la solitudine può significare attingere Dio. Ma v’è una stoica accettazione più nobile ancora: la solitudine senza Dio. Irrespirabile per i più. Dura e incolore come un quarzo. Nera e trasparente (e tagliente) come l’ossidana. L’allegria ch’essa può dare è indicibile. È l’adito – troncata netta ogni speranza – a tutte le libertà possibili. Compresa quella (la serpe che si morde la coda) di credere in Dio, pur sapendo – definitivamente – che Dio non c’è e non esiste.
[Giorgio Caproni, Il franco cacciatore, Milano, Garzanti 1982, p. 35]"

— (dal blog di Paolo Nori)

Marzo 21, 2012
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Automobili

Tu vieni e io vado.
Se c’incontriamo
facciamo un frontale.

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— da “Il miagolio del leone”

Febbraio 2, 2012
"(…) Magari gli dici che tu, un po’ di anni fa, su youtube, hai trovato un discorso del presidente della camera Fini sulle leggi razziali che cominciava dicendo che era strano, che in un paese cattolico come l’Italia ci fossero state queste leggi contro gli ebrei e, quando avevi sentito così, ti era venuto in mente che ghetto, “ghetto”, è una parola italiana. E che i ghetti erano stati istituiti il 14 luglio del 1555 dal papa Paolo IV, italiano. Con la bolla Cum nimis absurdum. E che Cum nimis absurdum era l’incipit della bolla, e significava: “Poiché è oltremodo assurdo”. E la cosa oltremodo assurda e «disdicevole», c’era scritto nella bolla, era il fatto «che gli ebrei, che sono condannati per propria colpa alla schiavitù eterna», avevano «l’insolenza» di voler vivere in mezzo ai cristiani, e di voler possedere immobili, e di voler assumere balie e donne di casa. E per punirli per la loro insolenza, il papa italiano Paolo IV, con la bolla Cum nimis absurdum ordinava loro di «Abitare in un luogo separato dalle case dei cristiani», il ghetto, che nella bolla viene chiamato il serraglio, serraglio che doveva avere un solo ingresso e una sola uscita, e che di notte doveva essere chiuso, e tutti gli animali dentro, e due sentinelle cristiane all’ingresso a controllare, e pagate dalla comunità ebraica. E la bolla del papa italiano stabiliva, per gli ebrei, l’obbligo di portare un segno distintivo di colore giallo (un cappello giallo per gli uomini e un fazzoletto giallo per le donne), e l’obbligo di non tenere servitù cristiana, e l’obbligo di non lavorare durante le festività cristiane, e l’obbligo di non prestare denaro a cristiani, e l’obbligo di mantenere buoni rapporti con i cristiani. E il divieto di esercitare alcun commercio al di fuori di quello degli stracci e dei vestiti usati, e l’esplicito divieto a commerciare «beni alimentari destinati al sostentamento umano»; non potevano toccare con le mani una cosa che doveva esser mangiata da un cristiano. E non potevano curare i cristiani, i medici ebrei; e non potevano farsi chiamare con l’appellativo di “signore” da alcun cristiano, e non potevano fare un sacco di altre cose. E dopo aver letto Cum nimis absurdum, dicevi, non c’era tanto da sorprendersi, che in un paese cattolico come l’Italia ci fossero state le leggi razziali, e che questa idea che noi italiani siam tanto bravi, e che con la Shoah non c’entriamo niente e che quello è stato il male assoluto e che son stati i tedeschi e l’han fatto allora e coi nostri tempi non c’entra niente, questo ti sembra un modo per farti dimenticare per esempio che tua nonna, quando eri piccolo, ti diceva di stare attento agli zingari che rubano i bambini, e ti diceva che le zingare hanno le gonne così larghe perché sotto ci nascondono i bambini, e quella cosa lì, anche se la diceva tua nonna, che tu le hai voluto un bene che non si può dire, era una menzogna razzista, perché non c’è mai stato, nella storia della Repubblica Italiana, nessuno zingaro condannato per rapimento di bambini. E ti viene in mente quelli che pochi mesi fa, a Torino, hanno bruciato un campo rom per vendicarsi di uno stupro che non c’era mai sato, e poi hanno impedito ai pompieri di avvicinarsi per spegnere il fuoco, esattamente come i nazisti con i negozi degli ebrei la notte dei cristalli. E ti viene in mente Dickens, che da qualche parte racconta che quando, da piccolo, andava a scuola, c’era un insegnante che prendeva sempre in giro un ragazzo che non era sveglissimo; «E noi, – scrive Dickens, – cani, ridevamo». (…)"

— Paolo Nori, La cultura, la Battaglia e papa Paolo IV

Gennaio 24, 2012
"Durante la terza delle cinque giornate, riuscì a penetrare in città, travestito da carrettiere, quel conte Enrico Martini che fu poi deputato al Parlamento italiano per il collegio di Crema sua patria, e che morì nel 1868. Egli veniva da Torino, dove aveva parlato con Carlo Alberto, il quale gli aveva detto che il suo più vivo desiderio era d’aiutare l’insurrezione, occupando Milano col proprio esercito; ma che per far ciò contro il parere di tutta la diplomazia europea, ci sarebbe voluto un pretesto: per esempio, una petizione de’ più cospicui cittadini di Milano, che lo avessero chiamato sotto colore di salvar la città da una probabile anarchia. Appena il Martini ebbe partecipato questa cosa ai capi dell’insurrezione, la petizione fu stesa, e se ne fecero cinque o sei copie. Una ne prese il Broglio e corse da Manzoni per farlo firmare il primo. Lo trovò sulla porta di casa in compagnia del suo amico Antonio Sogni, fratello del noto pittore Giuseppe. Il combattimento durava accanito, e le sorti ne erano ancora incerte; onde la firma sotto quell’atto, se fosse caduto in mano agli austriaci, poteva in quei momenti costare assai cara. Ma il Manzoni aderì immediatamente alla preghiera del Broglio; il quale, presa una penna in una bottega vicina, lo fece firmare alla meglio sopra il cappello a cilindro del Sogni… Pochi gironi appresso però il Manzoni, forse pensando che la carta a lui sottoscritta poteva essere conservata, fece capire al Sogni che avrebbe volentieri riparlato col Broglio. Questo si recò allora dal Manzoni, che gli domandò se si rammentava del modo onde egli aveva dovuto firmare la petizione. ‘Sicuro!’ rispose il Broglio. ‘Sul cappello del Sogni’. ‘Ho proprio piacere che ella se ne rammenti, - soggiunse il Manzoni – perché, ripensandoci, mi ricordai che la firma riuscì di carattere mal fermo, e non vorrei che nessuno potesse attribuirne la causa alla qualità dell’atto che stavo firmando’”."

— Luigi Morandi citato in Nero su nero di Leonardo Sciascia

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