Chi vuol essere lieto ci sia.
— Umberto Eco, Il nome della rosa
Si viveva in pubblico; si mangiava su tavole apparecchiate fuori dell’uscio; le donne, sedute sulle gradinate delle chiese, facevano filacce cantando la “Marsigliese”; il parco Monceau e il Lussemburgo erano piazze d’armi; a ogni crocevia c’erano armaioli che lavoravano a tutto andare, fabbricando fucili sotto gli occhi dei passanti, che battevano le mani; sulle bocche di tutti, non si udivano che queste parole: “Pazienza. Siamo in tempo di rivoluzione!”. Tutti sorridevano eroicamente. Tutti andavano a teatro come ad Atene durante la guerra del Peloponneso; sulle cantonate si leggevano manifesti di questo tenore: “L’assedio di Thionville” - “La madre di famiglia salvata dalle fiamme” - “Il circolo degli Spensierati” - “Giovanna, la maggiore delle papesse” - “I filosofi soldati” - “L’arte di amare al paese”. I tedeschi erano alle porte; correva voce che il re di Prussia avesse fatto prenotare alcuni palchi al teatro dell’Opera. Tutto era spaventevole e nessuno era spaventato. La tenebrosa legge dei sospetti, delitto di Merlin di Douai, rendeva visibile la ghigliottina al di sopra di ogni testa. Un procuratore, chiamato Séran, denunciato, aspettava che andassero ad arrestarlo, in veste da camera e in pantofole, suonando il flauto alla finestra. Nessuno pareva aver tempo. Tutti si affrettavano. Non un cappello che non avesse una coccarda. Le donne dicevano: “Siamo belle sotto il berretto rosso”.
Parigi sembrava tutta un sol trasloco. I negozi dei rigattieri erano ingombri di corone, di mitrie, di scettri di legno dorato e di gigli, spoglie delle case reali. Era la demolizione della monarchia in marcia. Si vedevano presso gli straccivendoli cappe e rocchetti in vendita a “qualunque prezzo”. Ai Porcherons e da Ramponneau, uomini imbaccuccati in cotte e stole, in groppa a somari bardati con pianete, si facevano mescere il vino dell’osteria nei cibori delle cattedrali.
In via Saint-Jacques, selciatori a piedi nudi fermavano la carretta d’un facchino che vendeva scarpe, si quotavano un tanto a testa e acquistavano quindici paia di scarpe, che mandavano alla Convenzione per i nostri soldati. I busti di Franklin, di Rousseau, di Bruto e, bisogna aggiungere, di Marat, abbondavano; al di sotto d’uno di quei busti del Marat in via Cloche-Perce, era appesa sotto vetro, in una cornice di legno nero, una requisitoria contro Molouet con fatti a riprova e, in margine, queste due righe: “Questi particolari mi sono stati forniti dall’amante di Silvano Bailly, buon patriota, che mi usa qualche bontà. - Firmato: Marat”. Sulla piazza del Palazzo Reale, l’iscrizione della fontana: “quantos effundit in usus!” [A quanto grandi utilità s’effonde!] era nascosta da due grandi tele a tempera, rappresentanti, l’una Cahier de Gerville in atto di denunciare all’Assemblea nazionale il segno di riconoscimento dei “chiffonnistes” di Arles, l’altra Luigi Sedicesimo ricondotto da Varennes nella sua reale carrozza, e sotto questa carrozza una tavola legata con delle corde, che reggeva alle due estremità due granatieri con la baionetta inastata.
Dei grandi negozi, pochi erano aperti: mercerie e chincaglierie ambulanti circolavano su carrelli trascinati da donne, illuminati da candele che sgocciolavano il sego sulle mercanzie; botteghe all’aria aperta erano esercite da ex monache in bionda parrucca; una rammendatrice, che aggiustava calze in uno sgabuzzino, era una contessa; una sarta era una marchesa; la signora di Boufflers abitava una soffitta di dove scorgeva il suo palazzo. Dovunque correvano strilloni, che offrivano “fogli-notizie”. Coloro che nascondevano il mento nella cravatta si chiamavano “scrofolosi”. Pullulavano i cantatori ambulanti. La folla fischiava il Pitou, scrittore di canzoni monarchiche, che del resto era un coraggioso, giacché fu arrestato ventidue volte, e fu tradotto davanti al tribunale rivoluzionario per essersi battuto il fondo delle reni pronunciando il vocabolo “civismo”. Vedendo la propria testa in pericolo, esclamò: “Ma il colpevole non è la mia testa, è proprio l’opposto!”, il che fece ridere i giudici e lo salvò. Quel Pitou scherniva la moda dei nomi greci e latini; la sua canzone favorita si riferiva a un ciabattino, da lui chiamato Cujus, e del quale chiamava Cujusdam la moglie.
Dovunque si ballava la carmagnola; però, non si diceva “il cavaliere e la dama”, si diceva “il cittadino e la cittadina”. Si ballava nei chiostri in rovina, con lampioni sull’altare, con quattro candele rette da due bastoni in croce appesi alla volta, e con le tombe sotto i piedi di chi ballava. La gente indossava marsine azzurre, da tiranno. C’erano spille da camicia “berretto della libertà”, fatte di pietruzze bianche, turchine e rosse. Via Richelieu si chiamava via della Legge; il Faubourg Saint-Antoine si chiamava Faubourg della Gloria; sulla piazza della Bastiglia sorgeva una statua della Natura.
Noti passanti venivano mostrati a dito da tutti: lo Chatelet, il Didier, il Nicolas e il Guarnier-Delaunay, che vegliavano alla porta del falegname Duplay, Voullant che non mancava un giorno di assistere al lavoro della ghigliottina e seguiva le carrettate di condannati, chiamando quell’usanza “andare alla messa rossa”, Montflabert, giurato rivoluzionario e marchese, che si faceva chiamare “Dieci Agosto”. Si guardavano sfilare gli allievi della Scuola militare, qualificati dai decreti della Convenzione “aspiranti alla scuola di Marte”, e dal popolo “paggi di Robespierre”. Si leggevano i proclami del Fréron, denunciante i sospetti del delitto di “botteghismo”. I “moscardini”, assembrati alle porte dei municipi, sbeffeggiavano i matrimoni civili; si ammassavano al passaggio della sposa e dello sposo e dicevano: “Sposi “municipaliter”“. Agli Invalidi, le statue dei santi e dei re avevano in testa berretti frigi. Si giocava a carte sui pilastrini dei crocicchi; i mazzi di carte erano anch’essi in piena rivoluzione: i re erano sostituiti dai geni, le donne dalle libertà, i fanti dalle uguaglianze e gli assi dalle leggi. Si vangavano i pubblici giardini; alle Tuileries lavorava l’aratro. A tutto questo era confuso, specialmente nei partiti sopraffatti, una certa qual altezzosa sazietà di vivere. Un uomo scriveva a Fouquier-Tinville: “Abbiate la bontà di liberarmi dalla vita. Eccovi il mio indirizzo”. Champcenetz veniva arrestato per aver esclamato in pieno Palazzo Reale: “A quando la rivoluzione in Turchia?
Vorrei vedere la repubblica alla Porta!”. Giornali dovunque. Garzoni parrucchieri arricciavano in pubblico parrucche da donna, mentre il padrone leggeva ad alta voce il “Monitore”; altri commentavano in mezzo a capannelli di gente, con gran dovizia di gesti, il giornale “Intendiamoci”, di Dubois-Crancé, o la “Trombetta del padre Bellerose”. Si dava il caso che i barbieri fossero al tempo stesso salumieri, e allora si vedevano prosciutti e salsicciotti pendere a fianco d’un manichino dai capelli d’oro. C’erano negozianti che vendevano sulla pubblica via “vini di emigrati”; uno offriva vini di cinquantadue tipi diversi; altri barattavano pendole foggiate a mo’ di lira e sofà del tipo “alla duchessa”; un parrucchiere ostentava questa insegna: “Io rado il clero, pettino la nobiltà, accomodo il terzo stato”. La gente andava a farsi fare il gioco delle carte da Martin, al numero 173 di via d’Angiò, già Delfina. Mancava il pane; mancava il carbone; mancava il sapone; si vedevano passare mandrie di vacche da latte provenienti dalle province. Alla Vallée, si vendeva l’agnello a quindici franchi la libbra. Un manifesto della Comune assegnava a ogni bocca una libbra di carne per decade. Alla porta dei negozi si faceva la coda, ed è rimasta leggendaria quella che andava dalla bottega d’un droghiere di via Petit-Carreau fino a metà della via Montorgueil. Fare la coda si diceva “tenere la corda”, per via d’una lunga fune che prendevano in mano, uno dopo l’altro, quelli che si mettevano in fila.
"— Victor Hugo, Novantatré
— Friedrich Nietzsche, La Gaia Scienza (1882)
— (dal blog di Paolo Nori)
Automobili
Tu vieni e io vado.
Se c’incontriamo
facciamo un frontale.
— da “Il miagolio del leone”
— Paolo Nori, La cultura, la Battaglia e papa Paolo IV
— Luigi Morandi citato in Nero su nero di Leonardo Sciascia
Supermoon 2012 over
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[…] Ero stato ad Auschwitz con la fondazione Fossoli, cinque giorni. Eravamo andati in treno....
Robert Mapplethorpe, Self Portrait, 1988
Vedi là, amico Sancho, dove si scorgono trenta o poco di più smisurati giganti con i quali penso di battagliare, sì da ammazzarli tutti. Con le loro...
come due innamorati che non hanno nient’altro che una storia d’amore